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Io amo il Natale, i capelli, il Natale. Il 20 dicembre cambio identità. Prende vita dall’armadio il mio rosso carceriere e inizia lo show. Mi siedo, mi alzo, sorrido. Non sono uno di quelli gonfiabili desiderosi di esplodere, né il classico Arsenio Lupin, predatori in agguato alle finestre, trampolino per furfanti e malandrini. Io sono un vero Babbo Natale, l’attrazione più goffa dell’intero centro commerciale, e qualità prezzo decisamente la più costosa.

 

“Ciao” – felpa della Pickwick e jeans. Dà inizio ad una lunga sessione di petting BDSM dai risultati eccezionali, tra ciniglia ed epidermide.

“Cosa vorresti per Natale?” – salto sempre i preliminari. I suoi talloni altalenano ticchettando regolarmente sulle mie discutibili gambe. Lo guardo. Sono meravigliosi, tesi e brillanti. Dividono con una sola retta quel collo bianchiccio. Pari, quasi fosse un parrucchino, una precisone disarmante.

 

 “Quest’anno vorrei …” – è distratto, infantilmente smarrito da un rosone di suoni e colori. Acute cantilene e sordi tintinnii muovono i passi dei miei agili collaboratori. Involtini color verde San Patrizio che con i bambini condividono solo l’altezza.

 

“Sono sicuro che succederà” – impegno il mio arto destro in un trucco di magia, ride. Con la sinistra salto tre volte: rotula, bacino, collo. Incrocio lo sguardo dei suoi annoiatissimi genitori. Sconfitti dall’ennesima attesa, esorcizzata da qualche leggera fitta, ricercata in scarpe troppo strette o nella presa erosiva di un sovraccarico di buste. 

“Adesso raccontami un segreto e poi va” – si avvicina al mio orecchio, finalmente ci sono. Recido. 10 cm, castano, maschio, assenza di doppie punte, adeguatamente spessi, non particolarmente luminosi.

 

“Arrivederci Babbo Natale” – scivolano dalle mie gambe i primi 10 dollari della giornata.